Oggi Sharingistheway incontra “Non dalla Guerra”.
Un gruppo di giovani, una realtà, una speranza… non il semplice racconto sulla guerra, ma una riflessione profonda tratta da un’esperienza personale. Un’esperienza che vogliamo condividere.

Luogo: Giordania, Medio Oriente
Tema: Il conflitto Siriano (ma potrebbe riferirsi a qualsiasi altra guerra)
Autori: Non dalla Guerra

920666_1000676026655597_6558245605894593339_o

Buona lettura e sostenete il progetto!

Non dalla Guerra è un progetto, un’idea, un sogno.

Un progetto che nasce dalle esperienze di alcuni ragazzi ventenni fatte in luoghi di conflitto nel Medio Oriente.
Un’idea perché queste esperienze si sono tradotte nella volontà di fare qualcosa di concreto in quei paesi martoriati dalla guerra, ma anche qui, dove la gente non si rende conto di cosa ciò voglia realmente dire.
Un sogno, una speranza: quella di poter lasciare un segno, di svegliare coscienze, di sentirci tutti responsabili e vicini, di ricreare un senso di umanità comune.

Il progetto è e sarà una finestra sulle guerre e sui suoi esiti.
Sarà un libro di storie di chi la guerra l’ha vissuta.
Sarà uno spazio di idee per chi crede che in qualche modo tutto questo possa finire e che possa cambiare partendo da azioni e gesti che possiamo svolgere proprio da casa nostra.

Il gruppo “Non Dalla Guerra” è, ad oggi, un progetto che nasce nel 2014 dopo l’esperienza in Giordania a stretto contatto con i profughi siriani ed iracheni, tramite la Caritas giordana, per conoscere e supportare la loro situazione ed intervenire nei riguardi della loro educazione e scolarizzazione.

Nell’estate del 2015 l’esperienza si è ripetuta coinvolgendo quindici ragazzi della provincia di Vicenza. Questo gruppo ha viaggiato fino ad Al Mafraq, nel nord del paese, a 20 km dal confine siriano e a 10 km dallo Zaatari Camp, il secondo campo profughi più grande al mondo. Lo scopo era di rendere noto il contesto della guerra siriana e irachena proprio partendo dalla realtà dei profughi rifugiati in Giordania.

L’esperienza ha dato vita a due principali obiettivi: raccogliere fondi per sostenere i progetti della Caritas giordana a favore dell’educazione dei bambini profughi, e sensibilizzare la cittadinanza italiana, europea e mondiale attraverso la testimonianza dei ragazzi coinvolti e attraverso la realizzazione di un documentario.

11235300_560685417420428_158460590594654859_o

Esatto, un documentario!

Dieci giorni di riprese, sei ragazzi, qualche telecamera, un “gatto morto” e tanta voglia di cambiare il mondo: è questo che ci vuole, ma non è abbastanza.

Quando ti ritrovi davanti a situazioni che non puoi immaginare, o almeno, che puoi pensare, ma non capire davvero, non ti senti mai completamente pronto. Perché sono situazioni così lontane dalla nostra vita “normale”, la vita a cui siamo stati abituati. Sembra di andare in un altro mondo, tra te e te pensi: “Ma come è possibile che esista tutto ciò, com’è possibile che questa sia vita, come fanno persone che a mala pena sopravvivono a chiamare questo normalità.”

La guerra fa questo.
Porta via tutto, strappa tutti gli oggetti che ti appartenevano, le persone che avevi vicino, i sentimenti che riuscivi a provare precedentemente.

Wael Suleiman – presidente di Caritas Jordan – ci ha parlato di come la guerra porti via tutto: oggetti personali, case, familiari. Ma quando un bambino di sei anni ti domanda se Dio esiste ancora o dove sia in questo momento, allora è lì che capisci che la guerra è capace di portare via anche la fede e con sé ogni speranza.
Tutto questo non è concepibile! E noi siamo qui per dire Non Dalla Guerra!
I bambini non devono essere rassegnati e convincersi di essere nati per morire, ma devono poter dire e pensare di essere nati per vivere!

“Tutti noi dobbiamo lavorare per la pace.” – ci dice Wael.

Durante la nostra permanenza in Giordania abbiamo incontrato famiglie siriane scappate da Homs, Aleppo, Damasco. Quelle che una volta erano bellissime città che rappresentavano la loro casa, ma che ora sono diventate cumuli di macerie sotto i bombardamenti. Queste Persone non hanno perso solo la casa e il lavoro, ma anche gli affetti, i parenti e gli amici lasciati in Siria. Ora non vedono più nessun futuro davanti a loro, sono abbandonati a loro stessi in un paese che non gli permette neanche di lavorare in quanto profughi. Molti sperano che il proprio nome scali nelle liste dell’UNHCR con l’obiettivo di poter andare in un altro paese, ma per ora quella lista è così lunga da apparire come un miraggio. E intanto si aspetta e si “vive” (che non è sicuramente il verbo giusto).

10655291_1000966306626569_4063478653170984843_o

Quello stato di limbo in cui il tempo sembra non passare, però, non ferma un grande valore del popolo arabo: l’ospitalità.

“Finché avrò qualcosa state sicuri che la offrirò sempre ai miei ospiti”.

E’ quello che ci dicono appena entriamo nelle abitazioni spoglie e vuote dei profughi siriani, perché la prima cosa che fanno è offrirci il thè caldo o il caffè.

1780244_1000967273293139_3071797515983526221_o

Siamo ogni volta molto colpiti dell’ospitalità con cui le famiglie ci accolgono, anche se entriamo nelle loro vite per poco, anche se in realtà hanno perso, abbandonato e lasciato tutto quello che possedevano quando sono scappati.

Di giorno ci spostiamo con il bus giallo che la Caritas ci ha messo a disposizione per andare a fare le riprese per il documentario. Ormai la musica e le canzoni arabe che mette l’autista ci escono dalla testa; questo fino a quando non usciamo dalla città in cui accampavamo, una delle città più a nord della Giordania e vicina al confine siriano, da Al Mafraq.
Ci sembra di non sentire più la musica. Tutto cala in un silenzio ed inizia il deserto, quello vero, non quello che si vede nei soliti documentari o nei film.

10286998_1000967213293145_5241619846647307097_o

Cominciamo ad intravedere dei tendoni e sappiamo che è quella lì la nostra destinazione. Dalle tende escono gruppetti di bambini che ci vengono incontro a salutare. Sono tutti incuriositi dall’attrezzatura che portiamo con noi.
Ci leviamo le scarpe o sandali ed entriamo nella loro “casa”. Ci accomodiamo per terra sopra dei tappeti e se va bene riusciamo a metterci un cuscino sotto il culo ed immediatamente ci viene offerto da bere.
Due tazze di caffè arabo: una perché siamo ospiti, l’altra per donarci felicità!
“È una tradizione siriana” – dice il capofamiglia. Iniziamo le riprese e ascoltiamo.

Ascoltiamo storie di gente che non ha quasi più niente e che prende l’acqua da cisterne di plastica che stanno tutto il giorno sotto il sole; storie di bambini che non hanno la possibilità di andare a scuola e che giocano nel deserto con pezzi di plastica e molta fantasia.

12374763_1000966126626587_7154826426584929159_o

Ogni storia è un pugno nello stomaco e ci vengono lasciati messaggi forti, pieni di valori, di speranza e di voglia di cambiare.

“La guerra mi ha tolto tutti i sogni che avevo”.

E’ una delle frasi che i giovani ci dicevano più spesso; e quando ragazzi della nostra età, se non più giovani, ci dicevano questo ci sentivamo presi in causa.

Abbiamo conosciuto Sahar, una ragazza siriana di 19 anni. Lei sognava di diventare dottoressa per aiutare i disabili. Questa speranza è rimasta, lo vuole ancora, ma è una speranza segregata in muri invalicabili, astrattamente coperta da cumuli di sabbia e concretamente chiusa da confini insuperabili, confini dello stato Giordano.
Lo stesso vale per Bashar, ragazzo diciannovenne costretto a raccogliere illegalmente la plastica dalla strada nelle ore notturne (per non farsi vedere) per l’equivalente di 3/4 euro a volta per riuscire a sfamare l’intera famiglia.

Perché Sahar e Bashar non possono andare all’università come hai fatto, come stai facendo o come farai tu nella tua vita?!
Cos’hanno fatto per meritarsi ciò? Cos’hanno di diverso da noi? Non sono sempre delle Persone?

12371214_1000966393293227_1778868296567695661_o

Sono domande che ci siamo chiesti e che ci portiamo dentro tutt’ora.
Ci siamo sempre chiesti cosa cambi la guerra nella vita delle persone.

La risposta è che la guerra porta via tutto, ti fa cambiare piani e ti devi adattare, spesso cercare di fare il possibile per sopravvivere.
Sentirsi privati dei propri sogni non credo neanche si possa chiamare “sentimento”. Essere privato dei propri sogni è veramente un’ingiustizia e davanti a questa ingiustizia ti senti impotente.
Quello che possiamo e che dobbiamo fare è far sì che tutto ciò non accada più.

10258675_1000967299959803_6894147165738393105_o

Il documentario è una via, uno strumento, un mezzo per dire questo. Per dire basta alle ingiustizie, alle discriminazioni, alle guerre.

Un documentario per ritrovare la speranza.
Un documentario come strumento di pace.
Un documentario che faccia sentire la voce di chi ormai non è più ascoltato da nessuno.
Un documentario che dovrà girare tutto il mondo.
Un documentario avente la grossa responsabilità di portare in sé questo messaggio importante: non dalla guerra.

Abbiamo una grande responsabilità e ne siamo consapevoli.
Siamo giovani, ma faremo tutto il possibile!
Questa è la nostra promessa.

NON DALLA GUERRA!

Il gruppo Non Dalla Guerra

Sito: nondallaguerra.it

The following two tabs change content below.
Riccardo Milani

Riccardo Milani

Sociologo del clan della circoscrizione Clarina, ho trovato la mia strada in terra iberica dove ho frequentato con successo un Master in Criminologia. Mentalità da erasmus e ambizioso di natura, ho scoperto la bellezza del vivere assieme e nella legalità.

Pin It on Pinterest