Affrontare una sfida.

Lo SVE (Servizio di Volontariato Europeo) per certi aspetti è anche questo. E così ti ritrovi in un paese dove non conosci se non a fatica la lingua, a dover gestire un gruppo di ragazzi e ragazze, particolarmente vivace, che vive sulla propria pelle l’emarginazione, lo sconforto, la sconfitta. Il racconto di oggi è anche questo. Ci insegna che gli “ultimi” insegnano ai primi a crescere, a scoprire se stessi.

E’ la storia di Stefano, ragazzo di 23 anni (allora) che poco a poco fa breccia nei cuori di ragazzi/e che vivono le sofferenze dell’abbandono scolastico e i limiti di un sistema che a fatica ti concede una seconda possibilità. Ma quei ragazzi, nella loro quotidianità, cambieranno per sempre la sua di vita in un rapporto di reciprocità che in fondo ci lascia “Atemlos”, senza fiato.

Frechen, Ottobre 2014.

Ero appena rientrato a casa, nella comunità del centro dove svolgevo il servizio. Una serie di edifici a mattoncini rossi, rettangolari. Blocchi così perfettamente tagliati e ben collegati tra loro che permettevano a chiunque di raggiungere quelli confinanti in maniera veloce. Il rosso rassicurava. Dentro quelle mura ci si poteva sentire liberi e protetti. Fuori, la solita giornata grigia, umida, alla quale ormai mi ero abituato. Vedere il sole era un evento raro. Per tutta l’estate si era nascosto e se ne intravedevi uno spiraglio tutti si riversavano nel cortile interno. Uno spazio sempre verde, anche a causa delle abbondanti piogge, con alberi rigogliosi e aiuole ordinate e ogni giorno maniacalmente curate. In mezzo c’era un canestro, di quelli con la rete di metallo che risuonava a ogni tocco.

Il cortile era il luogo di raccolta di tutti. Lo stare all’aperto sia per fumare sia per giocare o solamente parlare permetteva a tutti di rilassarsi dopo giornate impegnative e faticose. Lo skateboard era di gran lunga un hobby praticato da tutti. Era la moda, tutti ne avevano uno, di mille dimensioni diverse. Su alcuni ancora oggi mi chiedo come fosse possibile andarci, erano di fatto della stessa lunghezza del piede, come dei pattini senza allacciature che stringevano la parte superiore.

L’équipe

All’equipe (programmazione socio-educativa) del primo pomeriggio era stata preparata nei minimi dettagli l’organizzazione di un matrimonio, con i futuri sposi presenti, tanto giovani quanto curiosi, e desiderosi di trasmettere anche nel loro “giorno” un po’ del loro sentimento anche alla comunità, a quei ragazzi e ragazze che spesso si erano sentiti messi in disparte o non accettati.

Quello che mi colpì di più fu la mancanza di stress e tensione emotiva dei due, almeno apparente. Lasciavano in noi un senso di sicurezza che dissipava tutti i nostri dubbi sulla tenuta dei nostri ragazzi. Un servizio di catering a un matrimonio per la comunità era un evento più che raro e farne parte non poteva che far piacere a tutti ma questo alzava automaticamente l’asticella della aspettative. Bisognava essere lucidi e sempre concentrati. Praticamente fare l’opposto di quello che si faceva nelle attività dopo-scuola dove la sfida era non seguire le indicazioni del responsabile di turno.

Il dopo-cena fu un susseguirsi di emozioni nella sala condivisa fra i quattro appartamenti del blocco, così si chiamavano le varie sezioni della comunità. Una lampada dava una luce fioca alla stanza, i divani opprimevano gli spazi e la televisione era sempre sintonizzata su una serie televisiva locale. La sera si era soliti riunirsi. La logorroica del gruppo iniziava sempre le danze. Il suo atteggiamento stizziva gli altri ma credo ci avessero ormai fatto l’abitudine, un po’ come quando i genitori ti mandavano a lavare i denti prima di andare a dormire. La frustrazione ti assale sempre ma poi la resistenza lascia il passo alla rassegnazione e si veniva consolati dalla strana sensazione di benessere.

La notte di Karim

Fu la sera di Karim, un ragazzo che era stato espulso da varie scuole precedentemente perché da bonaccione si faceva trascinare in tutte le marachelle dai coetanei ed essendo meno furbo finiva sempre per essere preso risultando così come il solo responsabile.

Karim parlava poco, era timido, si faceva notare solamente nella sua cerchia di amicizie, ma quella sera ci sorprese. Senza che gli fosse stato chiesto, prese la chitarra e si mise a comporre; non credo avesse un’idea di cosa suonare, ma allo stesso modo con il suo plettro riuscì a creare una melodia orecchiabile, a ritmo crescente; si aveva la sensazione che tutti fossero trascinati dal suono in un personale mondo magico e surreale.

La serata fu comunque di poche parole. Voglia di condividere pensieri o preoccupazioni non ce n’era e la comunicazione era rimasta bloccata. Così uno dietro l’altro, a distanza di dieci minuti ci siamo ritrovati stesi a letto.

Mi piace pensare che fossimo tutti con il naso all’insù a cercare di ricordare e canticchiare quella melodia.

Il giorno del matrimonio

Il risveglio era stato tranquillo per tutti. Fuori c’era una luce limpida. Il cielo era terso e ben augurante per la giovane coppia. Rimasi piacevolmente sorpreso dalla cerimonia. Mi aveva colpito la facilità e la naturalezza degli sposi e degli invitati nel giocare, persino in un evento così cerimonioso. A differenza nostra non è tutto vissuto con estrema religiosità ma più come un compleanno infantile. Dall’inizio alla fine ci sono susseguiti una serie di giochi e intramezzi musicali e teatrali molto interessanti. Mi resi conto che ero l’unico a stupirsi, non che in precedenza avessi assistito a molte cerimonie nuziali ma me le ero immaginate differenti.

Gli adulti erano tornati di nuovo bambini e i piccoli chiaramente apprezzavano. I ragazzi e le ragazze del centro avevano gestito il servizio in maniera impeccabile, rendendo orgogliosi i responsabili che allora sciolsero un po’ le briglie lasciando loro più tempo libero. Durante una di queste pause, eravamo seduti alla caffetteria del centro e ci eravamo fatti dare un pezzo di torta. Non avremmo mai potuto rifiutarla, molti di noi ci avevano messo gli occhi e morivano dalla voglia di assaggiarla.

Assorti nei nostri pensieri fummo rapiti da una canzone che catturò la nostra attenzione. Quella canzone aveva caratterizzato l’estate tedesca e fatto da nostra personale colonna sonora; tutti la cantavano o meglio urlavano a squarciagola appena venivano origliate le prime note.

“Atemlos durch die Nacht”.

Una canzone dal testo banale ma che aveva il merito di trascinarti in una dimensione di euforia fuori dal comune. Questa volta però sembrava diversa. Ci guardavamo in faccia per chiederci “oh oh” e capire il come mai non fosse cosi travolgente. Mi accorsi che il testo della canzone era stato cambiato, molto probabilmente riadattato da un ente radiofonico. Proprio in quel preciso istante, Clara, una ragazza burbera e scontrosa soprattutto con coloro che sentiva provenire da un’altra terra, con la quale mi ero scontrato varie volte, si alzo in piedi e, con voce perentoria, confermò che le parole erano diverse. “Si tratta di un remake!” esclamò. E mi lanciò un’occhiata di approvazione riconoscendomi tutti gli sforzi linguistici che avevo compiuto durante quei nove mesi di sudore e duro lavoro con la grammatica tedesca.

Fu la più grande soddisfazione della mia esperienza all’interno dell’organizzazione, non che non ce ne fossero state delle altre ma quella mi riempì di orgoglio e mi ripagava di tutto il sacrificio che mi ero imposto…

Ero riuscito a entrare in contatto e a creare un rapporto anche con quelli più duri da scalfire.

 

Stefano Milani (1991). Volontario Educatore durante 11 mesi presso il centro CjD Freken (Germania). Ora socio responsabile di Cooperativa Insieme Vicenza
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Riccardo Milani

Riccardo Milani

Sociologo del clan della circoscrizione Clarina, ho trovato la mia strada in terra iberica dove ho frequentato con successo un Master in Criminologia. Mentalità da erasmus e ambizioso di natura, ho scoperto la bellezza del vivere assieme e nella legalità.

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